Lumière – L’avventura del cinema: recensione del film di Thierry Frémaux

Con Lumière - L'avventura del cinema, Thierry Frémaux torna a parlarci del cinema di oggi guardando al suo nobile passato. Dal 3 aprile 2025 in sala.

Il passato e il presente del cinema tornano a parlarsi ed è frutto del (bel) lavoro di molti, anche se il nome in copertina resta quello di Thierry Frémaux – lo conosciamo, ovviamente, come direttore del Festival di Cannes – che, dopo l’insperato ma rinfrancante successo di pubblico e critica del suo Lumière! La scoperta del cinema (2016), torna in sala – in Italia il 3 aprile 2025 – con Lumière – L’avventura del cinema, la seconda tappa di un prezioso viaggio-riscoperta di tesori cinefili firmati Louis e Auguste Lumière. Sono 120 filmati (su un totale di circa 2000) realizzati tra il 1895 e il 1905, durano sì e no 50 secondi, si chiamano “vedute” e illustrano scene di vita quotidiana in Francia e non solo. In Italia arrivano per lo sforzo distributivo congiunto di Cineteca di Bologna e Lucky Red – il restauro nei laboratori L’Immagine Ritrovata – con il commento originale doppiato da Valerio Mastandrea.  La colonna sonora è tratta da opere di Gabriel Fauré, compositore e contemporaneo dei Lumière.

Lumière – L’avventura del cinema: 120 brevi vedute annunciano l’arrivo del cinema e dei suoi autori

Lumière - L'avventura del cinema; cinematographe.it

Da un punto di vista tecnico, le vedute ponevano ai curatori una serie di problemi: di durata, di formato, di autorialità del gesto (c’è o non c’è?) e di organizzazione. Data la brevità estrema (50 secondi) funzionavano solo legate le une alle altre. Bisognava capire come assemblarle, e decidere una volta per tutte se, dietro, celassero o no una consapevole visione d’autore, come è per i lavori di tanti eredi dei Lumière, da Georges Méliès a D.W. Griffith (i padri nobili del cinema di finzione). È il cane che si morde la coda: se la veduta manca di coscienza autoriale, chi la firma non può essere considerato un autore. Se l’autore non è tale, la veduta perde prestigio e finisce nel dimenticatoio, e l’ingrata e selettiva memoria cinefila fa il resto. Recuperare l’autorialità dei filmati e riconoscere lo spessore artistico di chi li ha realizzati è una priorità per il documentario.

Meglio parlare di autore e non di autori perché, spiega Lumière – L’avventura del cinema, dei due fratelli, il regista, l’esploratore, il pioniere, è Louis. Auguste dirige solo una veduta tra le 120 qui presentate, è bella, ha tensione e una plasticità di chiara ispirazione pittorica e non è un caso che il commento sottolinei il rimpianto per ciò che non è stato: un bravo regista, se solo avesse insistito. Se con il primo film l’idea era di raccontare, esplorandoli, i primi anni della rivoluzionaria invenzione e, grazie alle tante vedute francesi e alle altrettante straniere, consentire allo spettatore di partecipare alla doppia magia, del cinema che sboccia e del mondo che si offre in tutta la sua meravigliosa e sconcertante complessità, con Lumière – L’avventura del cinema l’intento è più asciutto e cinefilo.

Riconoscere, nella concisione dei filmati, nell’eleganza mai ostentata dell’inquadratura, nell’intreccio di spontaneità e artificio della messa in scena, il cinema, la sua grammatica, un linguaggio, i mezzi per trasmetterlo e la forza dei risultati. Thierry Frémaux sottolinea l’anomalia dei Lumière, che tecnicamente non sono gli inventori del cinema e non riescono a farsi prendere sul serio – Louis, più che altro – nemmeno come cineasti, riconoscendo la verità della prima affermazione e negando con forza la seconda. Tutto, nelle vedute, il pathos e l’umorismo, l’angolo di ripresa e la luce, la quotidianità dilatata per esigenze di spettacolo, i finali mozzati – 50 secondi sono pochi e spesso non si sa come vanno a finire le cose, pura suspense – ci parla di un cinema che, già agli albori, ha le idee chiare sul cammino da intraprendere.
 

Il cinema vive in un eterno presente

Lumière - L'avventura del cinema; cinematographe.it

Cos’altro leggere, dunque, in questo elaborato e dinamico film mosaico in equilibrio tra tre secoli (!) se non l’accorata perorazione cinefila delle vedute, di Louis Lumière e del cinema degli albori che è già tutto il cinema? Sia un affollato boulevard parigino, uno scorcio della laguna di Venezia o la proverbiale gag dell’innaffiatoio, le domande che l’autore si pone nel costruire la scena – dove posizionare la macchina da presa? Per riprendere cosa, come e perché? – sono quelle di sempre. Il cinema è sempre il cinema, nel 1895 come nel 2025; incline al documentario senza esserlo del tutto, nella visione dei Lumière, o più esuberante, orientato alla manipolazione (a fin di bene), per lo spettacolare Georges Méliès. Thierry Frémaux usa le vedute Lumière per raccontare l’eterno presente del cinema. Era anche il pensiero di Agnès Varda, che fa capolino nella didascalia-citazione in apertura di Lumière – L’avventura del cinema: quelli dei filmati non sono i nostri antenati, siamo noi.

Il tempo è un’illusione. Il gioco del film, per ribadire la serietà dell’assunto, è doppio: da un lato isola la modernità delle vedute – nella costruzione, nell’uso sapiente di realtà e spettacolo, nel dialogo tra sfondi e primo piano e nell’intreccio di personaggi – per riconsiderarne il valore e la potenza profetica (del cinema che verrà). Dall’altro porta il XXI secolo a casa Lumière. Nella spinta compulsiva dei primi cineasti a documentare la quotidianità, nella brevità del formato, nell’immediatezza e nell’estrema leggibilità dei risultati c’era già la traccia di oggi, l’ombra di TikTok e della rivoluzione digitale che democratizza il cinema. Sfortunatamente, il nostro è anche il mondo che non sa più coltivare il senso critico nel rapporto con l’immagine.

In fondo serve a questo il bel documentario di Thierry Frémaux, a permettere al cinico e smarrito cinema di oggi di ritrovare la via, tornando bambino e specchiandosi negli sforzi dei primi autori. Hanno creato un mezzo e la sua grammatica partendo dal nulla, assumendosi la responsabilità dell’immagine e del suo contenuto, usando la bellezza delle vedute – ce ne sono di incantevoli, soprattutto le due giapponesi, le acrobazie di una famiglia di circensi e gli immancabili gatti! – per capire il mondo, se stessi e sfidare la morte, rimpiazzando la fragilità della vita con l’eternità della pellicola. Lumière – L’avventura del cinema è una collezione di cartoline, è uno spettacolo suggestivo, è una lezione di cinema. Annulla la distanza tra ieri e oggi per ricordarci che siamo parte dello stesso cammino. La traccia di chi ci ha preceduto saprà rimetterci in carreggiata?

Lumière – L’avventura del cinema: valutazione e conclusione

Non ha, Lumière – L’avventura del cinema, la carica di novità, novità contraddittoria perché sono storie vecchie più di un secolo, del primo film. Ma funziona lo stesso perché il suo regista e curatore, Thierry Frémaux, ha trovato un senso cinefilo, affilato, teorico a giustificarlo, senza sacrificare la bellezza pura e semplice dello spettacolo delle 100 e più vedute. Va celebrato il lavoro di restauro e recupero del laboratorio L’Immagine Ritrovata. Le vedute sono restituite nella nitidezza e nell’eleganza originale, senza interventi posticci ma sfruttando le possibilità del grande schermo e le innovazioni tecnologiche per portarle nel XXI secolo mantenendone intatta la coerenza.

Regia - 3.5
Sceneggiatura - 3.5
Fotografia - 5
Sonoro - 3.5
Emozione - 4

3.9