Karma: recensione della serie TV sudcoreana Netflix
La serie sudcoreana di Netflix, Karma, si propone come una riflessione sul prezzo da pagare per le proprie scelte, dalle più banali alle più importanti. Karma è anche una serie densa di trama, che racconta le vite di tanti personaggi. Ognuno di loro, fautore o vittima, resterà comunque incastrato in un gioco mortale dove sarà, appunto, il karma a decidere per loro: per quanto li riguarda, hanno esaurito il proprio tempo. Karma, disponibile sulla piattaforma streaming dal 4 aprile 2025, è una serie cruda e violenta, forse non una delle migliori produzioni sudcoreane degli ultimi tempi, ma sicuramente un buon crime thriller da guardare tutto d’un finato.
Karma e i destini ineluttabili

Il tema del karma, nelle serie tv è lampante, innegabile e nitido sin dal titolo. La coralità dello show, la contingenza degli eventi, il montaggio che rende tutto indefinito. Si alternano passato, presente e futuro, si scambiano identità, si confondono nomi e si somigliano volti, sembrando che i personaggi siano, nello stesso momento, in più luoghi e tempi diversi. Man mano che Karma avanza e si inoltra nelle vite, nelle complicazioni, negli inconvenienti e, sopratutto, nei pericoli dei protagonisti e delle loro azioni, si capisce però che quel presente è indeterminato: non si tratta di anni o mesi, ma spesso di attimi, di secondi e sono tutti, inevitabilmente, vittime dell’ironia della sorte. Loro agiscono, operano e si attivano per far sì che ogni cosa funzioni, ma va tutto fuori controllo e questa volta il fato è stato più sadico che mai. Una quasi totale assenza di personaggi positivi rende l’immedesimazione tentennante in Karma, persuasi fino all’ultimo che esistano solo antagonisti e villain.
A metà serie tv la situazione però cambia e il karma, che fa il proprio corso, non lascia dubbi riguardo chi dovrebbe vincere, chi dovrebbe uscire da traumi e guarire da ferite ancora aperte che gravano sulle spalle di coloro che non hanno colpe. In Karma vige la regola dell’occhio per occhio, la giustizia si fa da soli e il destino, arcano e misterioso, è nelle procedure e nelle circostanze a modificarsi, a forse spingersi all’estremo: crudele, barbaro ed efferato. Utilitarismo e manipolazione scuotono le menti calcolatrici di chi ghigna e ride nella teorica congettura di esser riuscito a truffare e ingannare il mondo. Ma c’è, appunto, il karma, quello che quasi mai si considera e che i protagonisti dello show credono non li riguardi affatto. E quasi tutti, schiavi di una ricchezza che è ideale più che materiale, lavorano secondo principi di causa-effetto incuranti dei possibili imprevisti. Mossi dall’invidia, dalla gelosia, dalla rivalità e dal timore di essere messi da parte, dagli amici, dalla famiglia, ma soprattutto, dalla società.
Strutture articolate per trame semplici

Ma si tratta quindi di più piani temporali? Come sono interconnessi i personaggi? Relazioni che si basano su incontri casuali, su criminalità organizzata che esagera, per provare il brivido dell’eccesso perché raggirare e chi, nella vita ha avuto tutto, è un un’aspirazione irresistibile e indomabile. Ma quel tutto, che si ha l’avidità di togliere a chi lo possiede, è sempre e solo il denaro. Karma non si discosta così da una delle tematiche più popolari del cinema sudcoreano e cioè la differenza di classe, i soldi che regolano il mondo, ma soprattutto superano qualsiasi minimo rapporto o sentimento. C’è incoscienza di fronte ai valori umani e c’è più spazio per l’astio, il rancore, la rabbia, l’odio. Il karma forse si fa attendere, porta a dimenticare i propri errori, quelli più perversi e malvagi, e quelli inevitabili e perdonabili, ma alla fine si scatena e, prorompente, dà il meglio, o forse il peggio, di sé. Se nell’universo della serie non c’è onestà, correttezza e integrità, perché il karma dovrebbe porsi problemi a riguardo?
Karma: valutazione e conclusione

In Karma è chiaro come, prima o poi, quando la realtà che si dipana di fronte ai propri occhi è fatale, scritta e senza rimedio, ci sarà l’intervento intrusivo di quel karma che magari, paziente, indugia, ma che raramente si smentisce. Tra splatter e la tipica oscura crudezza del thriller sudcoreano, Karma è un viaggio visionario, incessantemente preda di uno stato di allucinazione continuo: ipotesi, indizi, supposizioni. Come l’inganno è alla base dello show Netflix, anche lo spettatore viene ingannato. È più possibile travisare, illudersi e rendersi conto che il quadro completo doveva ancora essere ultimato. E che ci dovrà essere tempo anche per qualche ritocco. Karma è una serie cupa, che vive nel buio della notte, in ciò che nessuno vede e ciò che nessuna sa.
Se l’inizio confonde e il finale si rivela prevedibile già dai primi minuti della sesta e ultima puntata, la parte centrale è quella più appassionante e intrigante, perché l’intreccio è talmente aggrovigliato e labirintico quando aumentano i personaggi e gli eventi e tutto s’infittisce. Tra qualche errore e disattenzione di continuità e qualche battuta didascalica, Karma è una serie dalla regia classica, ma che nella sceneggiatura si ridefinisce continuamente; costruendo un microcosmo dimentica dei pezzi, riproponendoli quando il momento è più opportuno, quando si inizia a capire come tutto si sia svolto. Quando, inaspettatamente, quel tutto acquista un senso. Forse crudo e gremito di insoddisfazione, ma che proprio nella sua amarezza trova il proprio significato.
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