The Handmaid’s Tale – stagione 6: recensione dei primi episodi della serie TV
La recensione dei primi tre episodi di The Handmaid's Tale 6, la serie TV in uscita su TimVisio l'8 aprile 2025 con i primi tre episodi.
Fa sempre molta paura immergersi nel mondo di The Handmaid’s Tale, la cui stagione 6 (l’ultima) è in uscita l’8 aprile 2025, in esclusiva su TimVision. La serie tv distopica sembra lontanissima da noi, eppure fa tremare i polsi ogni volta in cui un governo, una società, anche un unico uomo tolgono un diritto, la libertà alle donne. The Handmaid’s Tale (prodotta da Bruce Miller (ideatore della serie), Warren Littlefield, Eric Tuchman (co-showrunner), Yahlin Chang (co-showrunner), Elisabeth Moss, Steve Stark, Sheila Hockin, John Weber, Frank Siracusa, Kim Todd, Daniel Wilson and Fran Sears) ha scosso il pubblico, con un testo umanissimo e doloroso, parlando la lingua profonda di una guerra che June, interpretata da una sempre strepitosa Elisabeth Moss, e le altre hanno messo in atto per salvarsi e uscire da un incubo fatto di violenza, coercizione, soprusi e stupri.
La serie, come dicevamo, torna l’8 aprile 2025 con i primi tre episodi, in esclusiva su TimVision e in contemporanea con Hulu, e prosegue con un nuovo episodio ogni settimana fino al 27 maggio. The Handmaid’s Tale prende ispirazione dall’omonimo libro di Margaret Atwood, pubblicato nell’1985, un anno dopo il libro di George Orwell, 1984. Siamo arrivati ad un punto cruciale, dove porterà la ribellione di June? Cosa accadrà a Gilead?
The Handmaid’s Tale 6: June e Serena, di nuovo insieme

Serena: “Sei una donna coraggiosa”
June: “Era Gilead. Volevano uccidermi”
June è un problema, lo è sempre stato, lo era mentre continuava ad insegnare e a vivere libera, prima di venir rapita, mentre vestita di rosso viveva a casa di Serena (Yvonne Strahovski) e di suo marito, Fred Waterford, resistendo a tutto e lo è ancora oggi, tanto che viene investita da una macchina. Su un treno assieme alla sua nemica giurata che è anche una donna proprio come lei, nonostante le differenze dovute al gruppo di appartenenza.
Serena e June sono di nuovo l’una di fronte all’altra, i segni del passato le hanno in parte cambiate e marchiate per sempre, come dice Serena, le donne, tutte, vivono nella paura e nel terrore. Entrambe ora hanno una creatura tra le braccia, ferite addosso e nell’anima, vogliono fuggire sia dal Canada, sia da Gilead ma The Handmaid’s Tale sa portare il pubblico e i suoi personaggi in “luoghi” impensati. Serena smessi i panni della “Moglie”, è pronta ad aiutare June, a stare con la piccola Nicole mentre la donna dorme, June invece ha ancora gli occhi di brace, la rabbia per ciò che le ha fatto e lo sguardo torvo di una che non si fida: “Noi non siamo insieme Serena”, dice June.
Nonostante le parole di June, Serena c’è, continua ad essere accanto a lei, non vuole più essere la cattiva, la malvagia, ma questo non può bastare per cancellare tutto, gli stupri di notte, la mancanza d’aiuto e d’empatia, l’aver usato il proprio privilegio (che è in realtà non era un vero e proprio privilegio) per fare dell’altra un’incubatrice, una macchina per generare figli. Probabilmente no, ma tra le due c’è sempre stato un rapporto particolarissimo, una sorta di esasperata sindrome di Stoccolma che le tiene legate indissolubilmente.
Nel primo episodio su quel treno molti nodi vengono al pettine, le tensioni tra le due donne ma anche tra loro e il resto del mondo escono dai confini, dagli argini di quel fiume malmostoso che è The Handmaid’s Tale e esondano.
Un racconto distopico, memento mori a una società giusta, libera e inclusiva

Serena: “Per suo dono”
“Dio è sempre con noi”
Il Canada nella scorsa stagione non era ancora Gilead, ma potrebbe/sarebbe potuto diventarlo e questa analisi si fa drammaticamente attuale, la serie sembra dirci che qualunque altro posto nel mondo potrebbe diventare una nuova Gilead o una Nuova Betlemme. È una conclusione triste ma cupamente realistica. La cultura della città emerge in molte frasi che scivolano tra un dialogo e l’altro, la madre e il suo bambino sono le cose più importanti, il rapporto tra un marito e una moglie riguarda solo loro, concetto che ha tutto un altro valore se si pensa ai principi di questa società maschilista e patriarcale all’ennesima potenza. La violenza è insinuante, è pronta a scorrere dappertutto, chi ha sofferto ed è stata ferita, è pronta a distruggere la/il carnefice; ma si è migliori se si ferisce chi ti ha ferito prima? Non si dimostra invece di essere uguali? La vendetta porta solo altro male, rimettendo in moto una macchina di altra vendetta, un circolo vizioso da cui non ci si libera mai. Figli strappati per figli strappati. Violenza per violenza. Occhi e parole ferine per occhi e parole ferine. Un ciclo che viene interrotto solo quando qualcuno si sveglia e cambia di senso a parole e a gesti. Se la quinta stagione era quella del limbo e del passaggio tra un mondo e un atro, questo deve inevitabilmente essere il “luogo” del pentimento e del voler rimettere tutto a posto. Ci si può svegliare da tutto quel soporoso e sanguinario incubo in cui June era intrappolata?
Oltre a June, ci sono anche altri personaggi che devono compiere il loro percorso. C’è Nick (Max Minghella) che tenta di sopravvivere, continuando a vivere in bilico, tra due mondi (quello “normale” e quello di Gilead, quello dei buoni e dei cattivi, ma esistono davvero i buoni?), sempre pronto ad essere accanto a June, a sostenerla. Nick è messo alla prova e, aiutato dal volto enigmatico e ombroso di Minghella, percepiamo una sorta di atarassia, di vuoto interiore causato da ciò che deve fare e da ciò che vorrebbe fare, eppure Nick sembra essere chiaramente consapevole da che parte stare.
Moira: “è tutto qui? Abbiamo finito di lottare?”
Ci sono poi Luke (O.T. Fagbenle) e Moira (Samira Wiley) che uniti alla resistenza vogliono fare qualsiasi cosa in loro potere per ritrovare Hannah e per ribellarsi ad una società oppressiva che ha fatto del male a tutte quelle donne.
The Handmaid’s Tale 6: due donne, un destino, un viaggio

Questi primi tre episodi rimettono tutti insieme, riportano a galla fantasmi che lo spettatore pensava di avere perso per sempre. Odi e rancori, amore e spirito, figli e figlie di tutte le età con i genitori. The Handmaid’s Tale dialoga con i bisogni primari, li mescola affondando a piene mani nel ventre molle dei sentimenti più bassi e più alti dell’umano e forse anche del divino/spirituale, delle concrezioni naturali che rendono tutti ciò che sono.
Serena e June hanno tantissime vite, sono capaci di rimettersi in carreggiata, ce la fanno sempre e riemergono dal loro stesso sangue, sfibrate, slabbrate, senza parti del corpo e di sé ma non si arrendono mai, l’una perché ha Dio, l’altra perché ha una famiglia, la propria forza e il proprio coraggio. Con un montaggio alternato le due, da sempre nemiche e anche compagne di avventura, vivono il viaggio dell’eroina, sempre pronte a risollevarsi per ricominciare a combattere. June non ha mai paura, o forse ce l’ha sempre, eppure prende delle decisioni folli, non perde mai il focus, non dimentica mai una promessa fatta. Lei non vuole mettersi nulla alle spalle perché quelle che ha lasciato indietro sono sorelle con cui ha condiviso la sorte e la sua stessa figlia, Hannah verso cui tendono tutti i suoi pensieri e il suo amore. Ci sono momenti in cui si deve ripercorrere il proprio viaggio, ricordare ciò che è stato, vivendo in funzione di un principio: “non è ancora finita”.
Il viaggio di Serena è complesso eppure in un modo o nell’altro è molto simile a quello di June, seppur mosso da una spinta diversa il loro cammino è quasi complementare. Le due avranno una guerra da combattere, qualcuno/qualcosa da salvare e proteggere. Ritroveranno persone, riabbracceranno chi hanno lasciato indietro, lì dove tutto è buio e oscuro, dove tutto è perso, ci sono anche carezze e qualche sorriso.
The Handmaid’s Tale – stagione 6: valutazione e conclusione

La serie è un doloroso racconto di violenza e sopraffazione, una distopia che ferisce e che non dà mai pace soprattutto in un periodo in cui il mondo riscopre politiche oscure, figlie del divieto, dell’oppressione, e la spietata volontà di limitare la libertà delle donne e delle minoranze. June non è più DiFred, è ritornata ad essere donna libera, almeno nel nome, ma porta dentro, in ogni cellula del proprio corpo una rabbia, uno strazio, un desiderio di rimettere le cose a posto, di salvare e incredibilmente in queste ultime stagioni la sensazione è che Gilead sia ancora richiamo – mentre prima era prigione da cui fuggire. Il personaggio di Elisabeth Moss ha fin da subito incarnato il ruolo di eroina, la tenacia, la voglia di vivere anche quando era costretta ad essere un oggetto, una bambola nelle mani di un padrone, il suo coraggio che l’ha resa combattente anche nel momento in cui l’unica strada possibile sarebbe stata impazzire o uccidersi. Lei è tutto nella narrazione, su di lei si costruisce l’intera serie, è la star di questo racconto distopico, di un film horror e, infatti, fin dall’inizio dello show è una sorta di final girl. Lei come tutte le altre sorelle si aggrappano alla vita con le unghie e con i denti, combattono per libertà e indipendenza, si rialzano, rinascendo dalle loro ceneri, lo fanno Serena e June ma lo fanno tutte le ancelle.
Ciascuno ha la propria guerra da combattere per rimettere a posto i pezzi di un mondo distrutto. Con questi tre episodi, The Handmaid’s Tale prepara gli spettatori e le spettatrici a questa dolorosa folle corsa verso il finale di stagione di una della serie che ha cambiato per sempre la narrazione sulle donne e sul loro viaggio verso la libertà e l’emancipazione. C’è ancora una domanda a cui si deve rispondere: chi è diventata June? Possiamo immaginarlo ma abbiamo ancora molti episodi per comprenderlo fino in fondo.