Charlotte, una di noi: recensione del film di Rolando Colla

Un film meraviglioso e universale, ceh mostra con delicatezza e franchezza il disagio mentale.

Vediamo ciò che vede Charlotte, sentiamo il suo respiro affannoso mentre gattona per le scale, sale e scende per fuggire, per inseguire, un movimento insensato, di cui non si comprendono ragione e senso. Inizia così Charlotte, una di noi, film di Rolando Colla – già conosciuto al grande pubblico per Giochi d’estate (selezione ufficiale della Svizzera per i Premi Oscar 2012) e Sette giorni , prodotto da Kiné Società Cooperativa e Peacock Film, che fotografa l’esistenza di Charlotte, interpretata da Linda Olsansky che lavora alla sceneggiatura assieme a Colla, la sua situazione familiare (il film si apre con un flashback), il suo disturbo e il modo in cui viene vista dagli altri. Al centro della storia c’è la quarantaduenne Charlotte appunto, schizofrenica che vive con il padre in Trentino. Quando il genitore viene ricoverato per un infarto, il fratello, Leo, arriva da lei e la donna lo segue in Svizzera, dove vive. Fino a questo momento, aveva vissuto in una condizione di perenne sottomissione ad un padre rigido, iroso e a tratti violento, inizia a vedere il mondo, a vivere per davvero forse per la prima volta. Charlotte, una di noi è un racconto toccante e sensibile su una donna bambina, delicata e spaventata, che sta imparando e crescendo.

Charlotte, una di noi: una protagonista catalizzatrice dello sguardo degli spettatori

Charlotte: “Sono andata più lontana dell’ultima volta, ora devo fare un altro pupazzo”
A casa, in Trentino, con il padre, Charlotte vive ogni giorno come il giorno prima e il giorno dopo. Si occupa dell’orto, va a fare le sue piccole spese, in un carrellino ha tutte le cose che le servono per addobbare la sua stanza, per costruire i suoi “pupazzi”, dei “corpi” di filo metallico poi coperto di cartapesta.

“Charlottina”, la chiama il padre e le chiede le pantofole, di fare cose per lui e lei, non conoscendo altro, vive nel proprio minuscolo spazio vitale, scelto e rigorosamente controllato dal padre.
“Non sono nata così. Io non sono nata così”, dice Charlotte. “Zitta”, le risponde il padre.
Charlotte non ha possibilità di scegliere e neppure di essere, è il padre a decidere per lei, la tratta da diversa e le ripete questo come un mantra, per ricordarglielo e rimetterla al suo posto, non la fa vivere, Charlotte urla, scappa, è tante cose Charlotte, ma non lo può mostrare perché il padre sembra dirle sempre e comunque che, in quanto schizofrenica, non può ambire a null’altro se non a questo. “Zitta” le dice e lei, rimette tutto dentro, si risiede e tace. 

“Io vorrei salire sopra un treno e andare lontano e non tornare più”.
Charlotte dimostra di essere bisognosa di libertà, di un proprio spazio e di un proprio tempo per esprimere sé stessa, capirsi ed emanciparsi, nonostante per lei questo sia quasi impossibile data la visione di un padre castrante, limitante e coercitivo. 

Un trasferimento come cambiamento di sguardo

“La madre se ne è andata, il fratello se ne è andato, la tartaruga se ne è andata”, si dice questo Charlotte, tra le lacrime, lei non è un muro di gomma, le ferite passate ancora fanno male e i segni ancora riemergono da sotto la pelle, di tanto in tanto, quando qualcosa si rompe. Parole, gesti, sguardi sono come lame che feriscono ancora e ancora, “sei nata sbagliata”, le dice il padre, durante uno scontro, la insulta e lo spettatore vede ciò che vede lei, un mondo sfuocato, forse per certi versi distorto per la violenza in cui è cresciuta.
Il padre e il suo carattere sono la causa della solitudine in cui vive e per questo parla con tartarughe, galline, pupazzi che lei tratta come bambini, fratelli, amici che lei cura con dolcezza (“un giorno di questi ti porto con me, ti porto nel bosco. […] Non devi avere paura, lì ci sono altre come te”). 

Quando il padre si sente male, Charlotte viene raggiunta dal fratello e i due partono per Zurigo. Colla fa allontanare Charlotte dal mondo chiuso in cui vive, una prigione di alberi in cui lei si sente, nonostante tutto, protetta, un microcosmo costruito dalla donna-bambina con tenerezza e dedizione in cui gioca, vive e parla con la gallina Madonna, le due tartarughe e quei personaggi-pupazzi a cui dona tutti i suoi più buoni sentimenti.

Il suo trasferimento a casa del fratello esplora il suo disagio psichico in maniera diversa perché diverso è il mondo in cui si inserisce (non ci sono steccati, porte chiuse, regole fisse). Si immerge in una realtà nuova che lei non conosce, ci sono persone diverse, cibi mai provati, il corpo degli altri che desiderano e vogliono. Charlotte, come una bambina, fa esperienze per la prima volta in tutti i sensi.
Il disagio mentale non viene edulcorato, viene mostrata la complessità con cui il fratello e la sua compagna si avvicinano a lei. Le loro azioni sono quelle di persone a cui mancano gli strumenti per affrontare i mutamenti e gli sbalzi improvvisi di comportamento che la schizofrenia comporta.

Charlotte, una di noi: come è il mondo aldilà dei confini della propria casa

Charlotte, una di noi guarda il mondo fantasioso e dolente di Charlotte, in/da questo viaggio la protagonista scopre cose di sé e di tutto il resto, matura e diventa grande, comprende i propri limiti ma anche le proprie potenzialità, inizia a pensare di poter vivere da sola, di potersi prendere cura di sé. Il film riflette sulla situazione di Charlotte con un infinito camminare attorno e accanto a lei che è l’unico modo in cui avviene l’affermazione del personaggio.

Con Leo, Charlotte impara cosa voglia dire sedersi attorno ad un tavolo, condividere i colori, disegnare assieme, spingere un’altalena al parco. Incontra le persone che fanno parte della vita di suo fratello, la sua ragazza e il figlio di lei, Marcel con cui gioca, inventa e impara a voler bene. Non è sempre facile con lei, i suoi sbalzi d’umore, la sua rabbia, il suo essere una bambina che si impermalosisce se le cose non sono come lei vuole. Si scontra con il fratello che non sa come comportarsi con lei, diviso tra un affetto forse profondo e non dimostrato e un meschino interesse economico nel quale la sorella semi incapace potrebbe diventare la soluzione ai problemi di denaro.

Charlotte, una di noi è una storia tenera e anche faticosa, è un viaggio importante da parte di una meravigliosa protagonista, capace di toccare le corde più profonde dell’animo umano.

Charlotte, una di noi: valutazione e conclusione

Charlotte, una di noi è un film meraviglioso che mostra con delicatezza ma senza edulcorare nulla, il disagio mentale. Linda Olsansky dà corpo al suo personaggio con una mimesi straordinaria che ci smuove e ci mette in gioco.
L’occhio di Colla è in grado di far comprendere allo spettatore cosa prova Charlotte, mostrandoci ciò che lei vede ma anche i suoi sentimenti più profondi, slanci e paure, grazie anche alle soggettive che “rompono” la narrazione, e sta proprio qui il “una di noi” del titolo. Il percorso verso la salvezza/liberazione di Charlotte non è lineare e privo di crisi, ci conduce attraverso il continuo e altalenante movimento tra dolore profondo e gioia quasi ingestibile. Il film è capace di andare oltre, diventando universale: la schizofrenia è ancora oggi un tabù e lo si comprende nel momento in cui Leo e la sua compagna non riescono a tradurre il suo sentire e le sue motivazioni. 

Regia - 4
Sceneggiatura - 4.5
Fotografia - 4
Recitazione - 4.5
Sonoro - 4
Emozione - 4.5

4.3