Cure: recensione dell’horror di Kiyoshi Kurosawa
Il fenomenale horror/ thriller psicologico di Kiyoshi Kurosawa finalmente arriva al cinema. Cure è un inquietante indagine sul Male e l'oscurità dell'animo umano. Dal 3 aprile 2025 in sala.
Si comincia con un piccolo inganno a fin di bene. Cosa sia, di preciso, Cure, non è facile spiegarlo – horror? thriller psicologico? un’indecifrabile forma ibrida? – e qualsiasi pretesa di circoscriverne la complessità, etichettandola, è un tentativo spuntato, fuori tempo massimo e votato all’insuccesso. Ma, per parlare del classico di Kiyoshi Kurosawa che arriva per la prima volta nelle sale italiane il 3 aprile 2025 grazie a Double Line – eroicamente cancellando l’imperdonabile ritardo, 28 anni dall’uscita giapponese, era il 1997! – da qualche parte bisognava cominciare, e il titolo è un accettabile punto di partenza. Perché, è vero, Cure è una labirintica indagine sulle zone d’ombra dell’animo umano, perturbante e ambigua. Ma l’inquietudine e il raggelante sgomento per l’onnipresenza del Male dentro e fuori di noi avvicinano il film, senza farne una cosa sola, ai battiti dell’horror puro. Ironia, è il misterioso Cure a lanciare, in patria e all’estero, la più recente iterazione del fenomeno comunemente noto come J-Horror. Cast: Kōji Yakusho, Masato Hagiwara, Tsuyoshi Ujiki e Anna Nakagawa.
Cure: il detective e l’ipnotico killer

Nella vita artistica di Kiyoshi Kurosawa – o, per dovere di correttezza, Kurosawa Kiyoshi – oltre a Pulse che arriverà quattro anni più tardi, nel 2001, è proprio Cure l’apice: di attenzione del pubblico, di consenso critico, di appeal culturale. Riesce a essere, per un curioso paradosso, il precursore e uno dei primi successi dell’ondata del rinato J-Horror, il filone esploso con il successo internazionale di Ringu (1998) di Hideo Nakata e popolato di spiriti assassini e narrazioni “rotonde” che strangolano lo spettatore con l’oppressione dell’eterno ritorno del Male (qualcosa, di questa circolarità, l’hanno notato in molti, c’è anche in Cure). Al di là del modo con cui viene percepito, sull’onda del fenomeno J-Horror, a spiegarne la densità – il film è, contemporaneamente, un implacabile thriller intimista e una raggelante allegoria horror – ci pensa la carriera di Kiyoshi Kurosawa.
Cure è il primo film per la sala dopo qualche tempo per il regista giapponese, che esordisce negli anni’80 nel recinto di genere del pinku eiga (cinema erotico) con opere di fascinazione francese-Nouvelle Vague-godardiana, mentre il passo successivo è l’esplorazione dell’universo V-cinema (film di serie B) con budget flessibili e tanta possibilità di sperimentare. È l’intreccio di correnti che segna il percorso professionale di Kiyoshi Kurosawa, la fascinazione provocatoria e cinefila dei primi erotici e la libertà d’invenzione dei successivi prodotti di genere, a costruire l’impermeabilità (alle facili classificazioni) di Cure e la ragione del suo magnetico carisma.
Siamo a Tōkyō, è il febbraio del 1997 e una serie di brutali omicidi sconvolge la città. Il segno distintivo delle vittime è una X marchiata sul collo. Delle indagini è incaricato il perspicace detective Takabe (Kōji Yakusho), che sul lavoro brancola nel buio e a casa ha grossi problemi, perché la moglie Fumie (Anna Nakagawa) soffre di demenza. Takabe si appoggia al dottor Sakuma (Tsuyoshi Ujiki), psichiatra, per decifrare il mistero collegato alle morti rituali. Viene rintracciato il sospettato numero uno, di cui si conosce a malapena il nome, Mamiya (Masato Hagiwara) e si sa solo che vaga senza memoria per le strade della città, abborda sconosciuti, probabilmente li ipnotizza e ne sguinzaglia la pulsione omicida fino a quel momento repressa. Uccidere senza uccidere, lasciare che siano gli altri a occuparsene; davvero un modo strano di fare il killer. Descriverne il mistero, per Takabe, vuol dire immergersi in una doppia inconoscibilità: del Male e dell’animo umano. È il secondo, per Kiyoshi Kurosawa, che deve farci più paura. E ci fa più paura.
Il Male visibile, il Male invisibile

Ci spaventano di più le cose che vediamo, o quelle che ci sfuggono e possiamo soltanto immaginare? Cure, che in altri tempi sarebbe passato per un magnifico esempio di cinema puro, per la vitalità di una messa in scena che sfrutta ogni arma a sua disposizione (montaggio, disposizione degli spazi, luci e ombre, eloquenza del detto e del non detto) per creare un’emozione, un’inquietudine, stordente e bellissima, ha tanto di entrambe. Kiyoshi Kurosawa sospende il film su un equilibrio di meravigliosa ambiguità. Chiaro è il tema e chiaro il messaggio, ma l’impressione è che la storia nasconda se stessa, che molto sfugga alla nostra comprensione. La paura sta lì, nel mezzo, tra le verità che il film lascia trasparire e quelle che si limita ad accennare.
Cure è un saggio sull’incomprensibilità del Male e sull’abisso che si spalanca sul fondo dell’animo umano, e che aspetta solo di essere rilevato; Mamiya – straordinaria l’apatia amorale, il battito ipnotico nella prova di Masato Hagiwara – è lo strumento di una doppia rivelazione, del Male sguinzagliato nel mondo e dell’oscurità in ciascuno di noi. Non c’è nulla che aggiunga, nel cuore degli stupefatti killer-burattini, che non fosse lì da prima, e questa sconcertante ammissione di colpevolezza è la radice di una tensione cinematografica e di una paura che hanno resistito alla prova del tempo.
Ma è anche, Cure, un film sulla curiosità, sulla voglia di esplorare e tuffarsi nei misteri della vita, a qualunque prezzo. È la curiosità, l’intelligenza, il motore che spinge il detective Takabe a imboccare la strada di un Male insidioso in ciò che ha di visibile e in ciò che non mostra alla vista. Il pubblico italiano riconoscerà nel protagonista la presenza autorevole e empatica di Kōji Yakusho, che è stato recentemente il protagonista del fortunato dramma di Wim Wenders Perfect Days (2023). Il suo personaggio si muove in un orizzonte di riferimenti che possono stordire – i campi lunghi di cui ossessivamente si nutre il racconto abbondano di particolari rivelatori e false piste – per la loro inesauribile complessità. La sua ragion d’essere è arrivare alla verità. Non ci riesce del tutto, e questo è inquietante. In parte ci riesce, e anche questo è inquietante. E la capacità del film di accogliere la tensione del thriller, lo spessore di dettaglio del dramma psicologico e l’inquietudine dell’horror puro – l’essere, a un tempo, esplicito e ambiguo – la ragione di una forza e un appeal che resistono, a quasi trent’anni dall’esordio, e in stato di ottima forma peraltro.
Cure: valutazione e conclusione

Forse il modo di risolvere la questione è: Cure è tutto ciò che si dice che sia, e qualcos’altro ancora. Un horror imbevuto di oppressione e ambiguità, un thriller psicologico che ci mette di fronte ai fantasmi peggiori, i nostri, un racconto furiosamente ellittico che spiega sempre e solo una parte delle cose – il prima o il dopo di un omicidio, mai la sua totalità – per colpirci con le verità trasmesse dall’immagine e inquietarci con quelle che le sfuggono.
Kiyoshi Kurosawa sa che l’orrore non è un corpo fatto a pezzi, quanto piuttosto la mente distorta che concepisce l’idea di un corpo fatto a pezzi. Questa consapevolezza è l’anima del suo doppio film, infuocato e raggelante. Kiyoshi Kurosawa sa, anche, che il senso del cinema è fotografare la realtà e il suo segreto è scegliere cosa metter dentro l’immagine e cosa lasciare fuori. Cure fa bene entrambe le cose. I suoi pregi meritano un grande schermo.