Le assaggiatrici: recensione del film di Silvio Soldini, dal Bif&st 2025
Le assaggiatrici, diretto da Silvio Soldini e tratto dal romanzo dal titolo omonimo scritto da Rosella Postorino, racconta la storia delle giovani donne che ogni giorno dovevano assaggiare i cibi cucinati per Hitler, ossessionato dall’idea di venire avvelenato. In particolare Le assaggiatrici si concentra su Rosa che nell’autunno del 1943 si reca nella casa dei suoceri, in attesa che il marito torni dal fronte. È qui che viene prelevata e portata nel quartier generale del Führer dove la aspetta una tavola imbandita, ma estremamente pericolosa. Ispirata alla vera storia di Margot Wölk, unica che ha rivelato di essere stata una delle assaggiatrici solo nel 2012, il film di Soldini, distribuito da Vision Distribution, arriva nelle sale dal 27 marzo 2025 dopo un passaggio al Bif&st 2025.
Le assaggiatrici e il paradigma canonico nel quale è inserito

La struttura e il linguaggio cinematografico più classico incorniciano Le assaggiatrici in un film che segue alla lettera i dettami della narrazione: il viaggio dell’eroe, la struttura in tre atti, l’arco di trasformazione del personaggio e tutto ciò che negli anni ha creato le storie. Si assiste e si viene coinvolti all’interno di una trama avvincente, con colpi di scena che riguardano sia l’interiorità della protagonista che quello che le accade intorno, un’ambientazione che sarà densa di drammi, orrori, scoperte e cambiamenti; un mondo devastato della guerra. È la Germania del ’43, un piccolo paese al confine orientale, separato da una foresta da la Tana del Lupo, quartier generale di Hitler, e dove appunto le donne si trovano costrette a vedere nel cibo, che tanto è mancato nel periodo precedente, un nemico capace di ucciderle. Squisito e prelibato da assaporare, ma che potrebbe essere nocivo, tossico, infetto.
Gli aspetti veramente interessanti e significativi del film sono però quelli più a margine: le atrocità che sono avvenute durante quel conflitto mondiale, l’imminente fine della guerra tra luoghi e persone che, vincitori o vinti, volevano solo che non si morisse più in nome di una causa che smetteva di avere senso di esistere. A rendere capace di suscitare emozioni, riflessioni e l’attenzione di un pubblico saturo di prodotti che trattano il tema non è solo la storia delle assaggiatrici, sconosciuta fino al 2012, ma l’umanità salvifica che nei rapporti interpersonali vede quella come unica ragione di vita, che va oltre la guerra, oltre i reati e oltre il tradimento. Ma forse non oltre quel male, quello più disumano e feroce, che è stato perpetrato da persone comuni; mani sporche di sangue che hanno lo stesso bisogno di contatto umano e di calore, uomini capaci di provare sentimenti, nascondendosi dietro le azioni mostruose che hanno compiuto. Quelle stesse che forse, un giorno, non cesseranno di perseguitarli.
L’oscurità che prende il sopravvento

Un contrasto continuo tra bene e male, luce e ombra, che vive in ogni essere umano, ma che ha un limite da non superare. Le assaggiatrici è anche un film al femminile, che parla di una donna, Rosa, e dei suoi rapporti con le altre donne che, come lei, condividono un’impresa assurda, chi entusiasta di salvare la vita di Hitler ogni giorno e chi spera che qualcuno riesca realmente ad avvelenare il piatto che arriverà sulla tavola del Fuhrer. Le assaggiatrici sono donne rimaste vedove, donne che vivono per i figli che hanno perso il padre, donne che aspettano notizie dai propri mariti, donne che si sentono sole, che, giorno dopo giorno, creano dei legami, sapendo che ogni boccone potrebbe rivelarsi fatale. Donne che, senza alternative, passano dalla solidarietà alla condivisione, fino a rischiare la vita l’una per l’altra.
Le assaggiatrici: valutazione e conclusione

Sconvolgenti, anche se in parte già note, sono anche le abitudini alimentari di Hitler, vegetariano per etica, perché ama gli animali e in particolare per lo shock provato a seguito di una visita fatta a un mattatoio, dovendo camminare in mezzo a un bagno di sangue. Un racconto, travestito da aneddoto, che Rosa racconta, un momento che fa rabbrividire e che evidenzia la malsana ideologia alla base dell’antisemitismo. Il film di Soldini, attraverso il passare del tempo, le stagioni che cambiano colori e paesaggi, ma che nulla cambiano nella stanza dove il cibo deve essere sempre assaggiato e finito, racconta una storia che aspettava da troppo tempo di essere rivelata, che aggiunge insensatezza e crudeltà alla guerra, e che mostra altri segreti, altre cose che sono successe negli anni che vanno dal ’39 l ’45, accadute sia sul suolo tedesco che nelle menti di chi sosteneva Hitler, così come negli animi di chi nella guerra vedeva un rischio, per se stesso e per le persone care, tra chi credeva che fosse necessaria e chi, dopo sei lunghi anni, voleva solo che finisse.
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