Miss Italia non deve morire: recensione del documentario Netflix
La recensione del documentario che racconta il declino e il tentativo di rinascita dello storico concorso di bellezza. Dal 26 febbraio 2025 su Netflix.
C’era un tempo, nemmeno così lontano, in cui il concorso di Miss Italia, in particolare le tanto attese finali nazionali in quel di Salsomaggiore Terme, venivano trasmesse in prima serata sulla rete ammiraglia della Rai, con ascolti che si avvicinavano di molto a quelli registrati dal Festival di Sanremo, toccando l’87% di share con un picco massimo di 13 milioni e 300 mila persone incollate al televisore per scoprire il nome della più bella del reame. Poi tutto questo e con esso la lunga storia alle spalle andò in frantumi. Nel 2013, la Rai voltò le spalle alla famiglia Mirigliani cancellando l’evento dai palinsesti. Per un lustro è stata ospitata da La7, per poi tornare sul primo canale nel 2019, in via del tutto eccezionale, per gli ottant’anni della manifestazione, affidata nel frattempo a Patrizia dopo che il passaggio di testimone dal compianto fondatore Enzo (scomparso nel settembre del 2011) alla figlia nel 2003. Ed proprio dal declino, dal punto di più basso raggiunto dalla gara, che parte Miss Italia non deve morire, il documentario che Pietro Daviddi e David Gallerano (scritto in collaborazione con Gregorio Romeo) hanno realizzato sulla kermesse e che Netflix ha rilasciato il 26 febbraio 2025.
In Miss Italia non deve morire la narrazione si ramifica portando avanti parallelamente più linee orizzontali che consentono al fruitore di approfondire vari aspetti della vicenda
Nei novanta minuti circa a disposizione vediamo la patron lottare attraverso un percorso di rinnovamento nel provare a riportare in auge il concorso in un presente ancora da scrivere, con Patrizia Mirigliani che confessa e si confessa sul filo delle emozioni davanti la macchina da presa. È lei a tenere le redini di un racconto che nell’arco di tre macro-capitoli ci guida alla scoperta dei motivi che hanno portato la manifestazione dal glorioso passato alla rovinosa caduta. Racconto che non poteva di conseguenza non cominciare laddove tutto è iniziato, dal 1946, con un excursus utile quanto necessario per ripercorrere, mediante una carrellata di highlights e immagini di repertorio in cui si rincorrono volti e momenti chiave, la storia del concorso. Una volta esaurito, la narrazione si ramifica portando avanti parallelamente più linee orizzontali che consentono al fruitore di approfondire vari aspetti della vicenda. Lo fa con un efficace palleggio tra di esse, alcune delle quali affidate a specifici punti di vista come quello della Mirigliani e della sua famiglia, ma anche a quello di un’aspirante candidata al titolo di Miss Italia decisamente fuori dal coro, una bellezza oltre i canoni, capelli corti, felpa e look da maschiaccio di nome Aurora. Si passa così dalla sfera pubblica a quella privata, che scorrono mentre sullo schermo vengono ricostruite con piglio giornalistico le sorti del concorso di ieri e del passato più recente.
Con il giusto approccio alla materia e un ritmo piuttosto sostenuto il documentario racconta il lento e inesorabile dissolversi di un sogno lungo ottantacinque anni
Miss Italia non deve morire riavvolge le lancette dell’orologio e al contempo segue il dietro le quinte dell’edizione 2023, tra ostacoli, imprevisti, vecchie critiche (quelle dei movimenti femministi legate allo sfruttamento della mercificazione del corpo femminili e della parità di genere) e tentativi di rinnovamento. Nei tre capitoli si susseguono le fasi preliminari, l’organizzazione delle diverse tappe regionali, fino ad arrivare alle finali nazionali in cui verrà eletta la nuova Miss. Il risultato è un’esperienza filmica immersiva che riesce con il giusto approccio alla materia e un ritmo piuttosto sostenuto a raccontare il lento e inesorabile dissolversi di un sogno lungo ormai ottantacinque anni.
Miss Italia non deve morire: valutazione e conclusione
Pietro Daviddi e David Gallerano, con la preziosa collaborazione in fase di scrittura di Gregorio Romeo, raccontano con piglio giornalistico e praticità documentaristica il lento declino e il tentativo di rinascita di Miss Italia. Lo fanno palleggiando efficacemente tra punti di vista, tra la dimensione pubblica e quella privata, tra i fasti del passato, il buio degli ultimi decenni in cui si è cercato disperatamente con tutti i mezzi di restare a galla e un futuro ancora più incerto. Ne viene fuori un’analisi lucida e amara che rilegge e prova a riflettere su ottantacinque anni di una manifestazione che a suo modo ha fatto parte della storia e dei costumi del nostro Paese.